L’oscurantismo, la follia, la libertà, la bellezza: “Sangue del mio sangue” di Marco Bellocchio

Un fotogramma del film

Un fotogramma del film

Sangue del mio sangue. Regia, soggetto e sceneggiatura di Marco Bellocchio, 2015. Con Roberto Herlitzka, Pier Giorgio Bellocchio, Filippo Timi, Lidiya Liberman, Fausto Russo Alesi

A tre anni da Bella Addormentata, Marco Bellocchio torna alla Mostra del Cinema di Venezia con la sua ultima fatica, Sangue del mio sangue: una storia ambientata nelle antiche prigioni di Bobbio, borgo natio nel quale cinquant’anni fa, non a caso, il regista piacentino girò il suo film d’esordio, I pugni in tasca. Continua a leggere

[LIVE REPORT] Dimartino live @ Villa Ada Roma Incontra Il Mondo

Foto  ©Michela Forte

Foto ©Michela Forte

A scrivere di Dimartino si finisce sempre per sembrare di parte. Ma se la parte è quella di un talento che riesce a dar voce con autentica grazia allo spirito del nostro tempo, intridendolo di luoghi e di memorie (che rendono la sottoscritta non poco orgogliosa della propria provenienza), allora sì, ammetto di essere di parte. Ospite della rassegna Roma Incontra Il MondoVilla Ada lo scorso 23 luglio insieme a Bobo Rondelli (che dopo di loro salirà sul palco per presentare il suo “Come i carnevali”), a poco più di due mesi di distanza dalla presentazione al Monk dell’ultimo lavoro in studio, “Un paese ci vuole” (Picicca, 2015), il trio composto da Antonio Di Martino, Giusto Correnti e Angelo Trabace torna nella Capitale nel bel mezzo di una torrida estate per ricordarci che «la geografia divide le anime» e che «correre sotto il cielo non ci può far male». Continua a leggere

[LIVE REPORT] ST. VINCENT, MARRY US! | Villa Ada Roma Incontra Il Mondo

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Photo ©Marco Dell’Otto per OUTsiders webzine

St. Vincent potrebbe sembrare una creatura mitologica: bella ed eterea, fascinosamente androgina e capace di trasformazioni continue, algida e sensualissima, raffinata e ruggente. La sua musica incarna alla perfezione la sua versatilità artistica e personale: un electro-pop avanguardistico, dagli esiti dance e dai rimandi colti, spesso drammatici, romantici; un rock distorto, rivisitato, al confine col noise, che strizza l’occhio alla melodia, al funky e persino al jazz. Inguainata in uno striminzito completo bucherellato in similpelle nera (dentro al quale qualsiasi altro essere umano avrebbe fatto fatica a sopravvivere), capelli corvini tirati all’indietro e trucco da marziana, l’artista americana più osannata del momento fa il suo ingresso puntuale, sorridente, sul palco di Villa Ada per la rassegna “Roma Incontra il Mondo”, accolta dall’entusiasmo della folla. Prima di lei, Adriano Viterbini, ottimo chitarrista e leader dei Bud Spencer Blues Explosion, presenta agli spettatori alcuni brani del suo nuovo lavoro solista, accompagnato da Ramon e da Piero Monterisi. Accanto a St. Vincent on stage Matt Johnson alla batteria, Daniel Mintseris alle tastiere e ai synth e la splendida Todo Yasuda a fare la spola tra basso, tastiera e sintetizzatore, fasciata nella stessa aderentissima mise: due aliene mozzafiato che si muovono sinuose e meccaniche sulle note della sfacciata “Birth in Reverse”, il brano scelto a fare da apripista. Il secondo attacco è quello di “Rattlesnake”, prima traccia dell’ultimo album, l’omonimo “St. Vincent”, a sancire il primo cambio di chitarra. È proprio quando Annie Clark imbraccia la chitarra elettrica che vien fuori la sua “santità”, l’eccellenza, il suo ergersi al di sopra della media di molti colleghi della sua generazione. Come ci dimostra sulla tagliente “Surgeon”, primo recupero dal passato (“Strange Mercy”, 2011): ritmiche funky che si aprono, impreviste, sull’eloquente ritornello «Come, cut me, open» e su un assolo straniante. Il pubblico ascolta, incantato, con le orecchie, con gli occhi, con la bocca. La setlist propone, abbinandoli a deliziose e geometriche coreografie, quasi tutti i pezzi del nuovo album, ma non lesina su vecchi brani quali “Actors Out of Work”, “Laughing With a Mouth of Blood”, “Chloe in the Afternoon”, “Cruel”, “Marrow”. Sul palco le doti di St. Vincent si sprigionano con tutta la loro forza, e con esse i suoi riferimenti: Talking Heads, Bjork, David Bowie, Big Black, Andrew Bird, Sufjan Stevens, Tom Waits, Nick Cave, Bon Iver. La sua voce gentile (meno presente, forse, di quanto ci si aspettasse, complici anche i volumi piuttosto bassi e l’ampia presenza dei synth), ma sempre sotterraneamente inquieta, malinconica, ricorda in certi passaggi quella di Alanis Morissette; la sua gestualità, sensualmente ludica, ci riporta agli anni del glam rock. I suoni sono sorprendenti, inconsueti, perennemente al limite tra elettrico ed elettronico, tra analogico e sintetico. Su “Cheerleader” la “Santa” guadagna posto sul palchetto rialzato alle sue spalle (niente piramide rosa questa volta, ahinoi), mentre fasci di luce incastonano la sua ombra triplicata sulla croce che si staglia sullo sfondo, in una sorta di “montagna incantata”. Ed è di nuovo accanto ai suoi musicisti, previo ennesimo cambio di chitarra, per deliziarci con una splendida versione di “Every Tear Disappears” impreziosita da un breve inserto della depechiana “Personal Jesus”. Tra i momenti più intensi del live l’esecuzione dell’ossessiva “Bring Me Your Loves” e di “Huey Newton” (brano dedicato al fondatore delle Pantere Nere), col suo crescendo allucinatorio e le schitarrate stridenti. Poco prima del finale, l’alieno Clark ci sorprende srotolando uno striscione con la scritta «Marry Us», lapalissiano rimando al suo primo lavoro, l’album “Marry Me” del 2007, nonché alla recente proposta di matrimonio giuntale a mezzo Instagram dalla fidanzata (per i gossippari: la super modella Cara Delevingne) poche settimane fa, per poi lasciarsi cadere a terra. Dopo un’impercettibile pausa, è il momento della ballad “I Prefer Your Love”, canzone d’amore struggente dedicata alla madre, e dell’ambigua “Your Lips Are Red”.Annie saluta, si avvicina alla folla, a cui offre, inaspettatamente, se stessa e, prima, la sua chitarra rovente, per poi tornare, stremata, sul palco per i saluti finali. Raro esempio contemporaneo di rockstar futuribile. Questo matrimonio s’ha da fare.

Da Roma – Pubblicato il 10/07/2015 su OUTsiders webzine

http://www.outsidersmusica.it/recensione/Roma/live-report-st-vincent-marry-us-villa-ada-roma-incontra-il-mondo/

 

[LIVE REPORT] Einstürzende Neubauten: Blixa Bargeld über alles | Eutropia

Se c’è una cosa che ricordo nitidamente dei primi anni di università a Roma, è il tatuaggio del logo degli Einstürzende Neubauten che campeggia, enigmatico, sulle braccia di un gran numero di ragazzi più grandi, di quelli considerati tra i più fichi dalla popolazione femminile: una di quelle cose da rimorchio sicuro, basti pensare al puntuale sfoggio di nerdismo musicale conseguente all’ingenua, frequente, domanda di molte circa il suo significato. Eh sì, perché i Neubauten non sono mica una band qualsiasi: più che un gruppo d’avanguardia, Blixa Bargeld e compagni sono stati gli ideatori di uno dei progetti musicali più eversivi degli anni ‘80, veri e propri inventori di un genere che va comunemente sotto il nome di industrial, ma che semplicemente industrial non è, se si considera l’audacia e l’estremismo della sperimentazione che, specie negli anni degli esordi, ha contraddistinto il loro suono, un suono capace di coniugare primitivismo e post-modernismo, nutrito, com’era e com’è, da un dionosiaco e costante desiderio di distruzione e ricostruzione. Leader carismatico e inquietante par excellence, Bargeld torna nuovamente ad esibirsi a Roma, questa volta in occasione del festival Eutropia, con i suoi Einstürzende Neubauten, per celebrare i 35 anni di carriera della band. Sul palco insieme a lui l’ensemble composto da Alexander Hacke al basso, Andrew Chudy alle percussioni, Jochen Arbeit alla chitarra e Rudolf Moser alla batteria. Portavoce musicali per antonomasia del malessere della Berlino anni Ottanta, araldi del declino architettonico e umano di una città ferita, i Neubauten presentano al pubblico di Eutropia uno spettacolo esaltante e drammatico, riproponendo un set nutrito di brani scelti dai loro lavori più celebri. Il palco sembra uno scenario post-apocalittico, affollato com’è di marchingegni meccanici e stregonerie di varia natura: tubi di metallo e di plastica, betoniere, taniche, lamine, simil-compressori, pezzi di carta, listelli di alluminio che vengono giù a pioggia. Si narra che durante i loro tour, negli anni ’80, i Nostri arrivassero in città senza un solo strumento, per mettersi subito in cerca di oggetti tra i rottami. Dal vivo l’anarchia rumoristica cede il passo ad un sound più rock, col basso che la fa da padrone, sebbene i brani, riarrangiati, godano sempre, per loro natura, di un suono duro, metallico, al confine tra musica e non musica. Il brano d’apertura è la solenne “The Garden” (da “Ende Neu”). La setlist procede pescando tra i pezzi di da “Tabula Rasa” (“Die Interimsliebenden”), “Silence Is Sexy” (“Sabrina”), “Perpetuum Mobile” (“Dead Friends”, «una canzone per i vostri morti», “Youme & Meyou”), “Haus Der Luge” (“Haus der Luge”), “Halber Mensch” (“Halber Mensch”), “Alles Wieder Offen” (“Von Wegen”, “Susej”). L’istrionico Bargeld, devoto artaudiano, mette in scena la sua sensucht e domina il palco con il suo corpo e la sua voce spettrale, a tratti deformata, alternando urla stridenti e stile recitativo, in una sorta di teatro espressionista post industriale e siderurgico. La conclusione è affidata, nell’acclamazione generale, a ben due encore da “Silence is Sexy”: “Eclipse Of The Sun” e “Redukt”. Blixa Bargeld über alles.

Da Roma – Pubblicato il 27/06/2015 su OUTsiders webzine

http://www.outsidersmusica.it/recensione/Roma/live-report-einsturzende-neubauten-blixa-bargeld-uber-alles-eutropia/

[LIVE REPORT] Television goes to my head | Teatro Romano di Fiesole | Firenze

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Correva l’anno 1977: mentre l’Inghilterra veniva travolta dall’uscita di “Spiral Scratch” dei Buzzcocks e si preparava all’uragano “Never Mind The Bollocks” dei Sex Pistols, la scena punk newyorkese sembrava perdere mordente. Eppure proprio agli inizi dello stesso anno quello che può essere definito come il più coraggioso dei gruppi americani degli anni Settanta, i Television, capitanati da un cantante-chitarrista-poeta maledetto del Lower East Side dal nome d’arte decadente, Tom Verlaine, dava alla luce quella che sarà universalmente considerata la pietra miliare della new wave. Di tutte le cose infernali e meravigliose che il ’77 ha portato con sé, lasciandocele in eredità, “Marquee Moon” è certamente una delle più preziose. Non semplicemente l’album d’esordio di una band, ma un vero e proprio caposaldo della storia del rock: un ponte capace di unire, con un’incredibile e sconsiderata forza innovatrice, gli anni Sessanta agli Ottanta. Continua a leggere