Qualche sera fa, io e Valentina, la mia coinquilina italo-belga, decidiamo di andare al vernissage di una mostra fotografica sulla Cina. Ci troviamo in uno dei quartieri più alla moda della città. La mostra non è male: soggetti interessanti, cibo così così e una simpatica donnina cinese che riproduce ideogrammi su richiesta, quasi fosse un juke-box. Tutto molto divertente, se non fosse che all’improvviso notiamo nella sala adiacente una folla immensa rompere le righe per accaparrarsi frutta e verdura sino a far traboccare i propri “sacs à main”. Stupite, ci avviciniamo. Una signora freddamente ci spiega che si tratta di un “panier bio” (che sciocche siamo state a scambiarlo per un semplice mercato), cioè un posto dove la gente va per portarsi a casa frutta e verdura appena raccolte dal contadino. Ora, so che c’è chi sostiene di “aprire” i musei alle contaminazioni. Ma vendere sedani e cipolle accanto alle foto dei monaci tibetani mi sembra molto singolare. Forse troppo.
(da Marsiglia – pubblicato su “A” per “Diari di Ventenni” – 26 Febbraio 2009)